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L’ultimo scandaloso film di Lars Von Trier esce finalmente nella versione integrale voluta dal regista. Cinque ore e mezza suddivise in due volumi. La director’s cut fornisce numerose scene “perse” nella versione ridotta. Sostanzialmente in molte parti dove il sesso era solamente suggerito (come all’ospedale, durante la convalescenza del padre di Joe, o nei rapporti sessuali con Jerome-Shia LaBeouff), qui viene mostrato esplicitamente, cercando sempre di mantenere quel distacco visivo caratterizzante tutto il film.

Senza dubbio, la sequenza madre che arricchisce questa director’s cut è la scena dell’aborto di Joe, la quale, spazientita a causa delle insistenti domande della psicologa addetta a valutare la sincerità della sua scelta, decide di procedere da sola con dei ferri da maglia: immagini disturbanti e non prive di valore nell’interpretazione dell’opera. Anche la doppia penetrazione di Joe adulta è l’ennesimo particolare mutilato nel montaggio ridotto.

Naturalmente è questa l’unica versione che ogni vero cinefilo dovrebbe fruire dell’opera, trattandosi di un film in cui tutto ha un senso e che partendo dalla superficialità dello scandalo dovuto alla pornografia, approda a livelli di profondità nei meandri della psiche umana raramente raggiunti da altre pellicole. Sparuti gli extra, con interviste ai quattro principali membri del cast e il trailer. La scelta di non includere la traccia audio italiana non è arbitraria né obbedisce a ragioni di risparmio di spazio, ma è necessitata dalle caratteristiche di questa director’s cut, che non è la semplice risultante della somma del primo e del secondo capitolo visti nelle sale italiane con l’aggiunta dei momenti “hard”, ma implica un montaggio diverso e peculiare che avrebbe lasciato moltissime lacune nell’audio, rendendo difficoltosa la fruizione del film. Si è quindi giudicato più opportuno mantenere l’audio inglese.

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Von Trier chiude la trilogia sulla depressione con una riflessione sulla sessualità che fonde l’alto e il basso: una summa del suo cinema
[Giancarlo Zappoli]

L’anziano Seligman, uscito per fare la spesa in una giornata nevosa, trova a terra il corpo insanguinato di una donna, Joe. La porta nel suo appartamento e la soccorre. Qui Joe gli rivela di essere una ninfomane. Se vuole può raccontargli la sua vita ma sarà una lunga narrazione che prende le mosse dai libri di anatomia del padre medico per poi passare alle competizioni con una coetanea a chi ha più rapporti nel corso di un viaggio in treno. Ma è solo l’inizio.
Con Nymphomaniac Lars Von Trier chiude la trilogia sulla depressione che lo ha visto dirigere in successione Antichrist e Melancholia. Lo fa con una lunga narrazione divisa in due parti offrendoci alla fine il trailer della seconda.
Non si tratta solo dell’ennesimo “film scandalo” che farà la gioia dei giornalisti che amano i pezzi cosiddetti “di colore” ma, ancor prima che di un’opera con un tema così complesso, di una specie di summa del suo cinema. Perché se una particolare forma di ninfomania per amore invadeva l’animo della Bess di Onde del destino e l’ospedale il luogo di Il regno il rapporto sessuale reale e mostrato in modo esplicito faceva già parte di una sequenza (sciaguratamente tagliata dalla distribuzione italiana) di Idioti. All’epoca il regista danese espose anche una sua teoria sul cinema pornografico constatando come fosse il peggio girato ma anche il più visto di tutti i generi. Di conseguenza aprì una casa di produzione per realizzare porno ‘di qualità’ e convocò studiose della sessualità per elaborare un “dogma” su ciò che potesse essere mostrato esplicitamente in un film senza però che le donne che lo vedevano si sentissero umiliate. Erano i tempi in cui i detrattori lo accusavano di misoginia e lui, con film come Dancer in the Dark non faceva nulla per contraddirli. Con questa trilogia però, e in particolare con questo film, è venuto sempre più allo scoperto: Von Trier teme la donna perché vede in lei aspetti del suo profondo che vorrebbe saper controllare e, temendo di esporsi in prima persona, utilizza personaggi femminili per parlare di fatto di sé.
In questo film suddiviso in capitoli (forma espressiva già utilizzata in precedenza) affida alla narrazione di Joe e a Seligman che ci rsppresenta come ascoltatore/spettatore, una riflessione sulla sessualità che fonde il basso e l’alto, le secrezioni e le riflessioni letterarie, la pesca con l’ebraismo non per confondere le acque ma per tentare di tracciare (esasperandolo anche sul piano della varietà di stili messi in campo) un percorso nella sua visione del sesso.
È un film dolente Nymphomaniac e molto più “morale” di quanto non si possa credere. Non è un inno al libertinaggio anche se non ci viene visivamente risparmiato nulla perché il racconto di Joe (almeno in questa prima parte) si rivela come una ricerca dell’armonia che si apre nel buio di un inizio punteggiato da rumori a cui fanno seguito le scabre superfici di un quartiere periferico. Si può anche ridere nel corso delle più di due ore di proiezione ma si tratta di un riso intriso di un’amarezza che viene progressivamente e programmaticamente portata in superficie. Una annotazione finale: il monologo di Uma Thurman è da antologia.